Notte, chitarra, bionde

Insostenibile, come quel vestito, leggero, come quel sorriso, come quell’applauso guadagnato da quel barbone che aveva appena finito di intonare un vecchia canzone di Janis Joplin.Forse le 20.30, forse 30 dollari in tasca, un vecchio scontrino, le labbra ancora viola, come il colore del vino, passeggiando, rovinando le suole, passando le vetrine, controllando i campanelli, lontano dalle telecamere dei portoni, con i sogni, ed il vento, ci si pulisce sul bavero della misera giacca, si ripensa a quella vacca, al suo profumo, l’imbrunire del cielo, tra poco si accendono pure i lampioni. Al di là del ponte, è davvero troppa la strada da affrontare, meglio accendere una sigaretta, far calare la fretta, sentire e risentire, provare, la notte sta per arrivare. Non vorremmo farci trovare impreparati, con le lacrime sugl’occhi, quando suonerà quel complessino. Ma come ci si arriva? Bordeaux è lontana, passa il pullman, magari passa qualche amico, stiamo certi che ci sarà una bionda, con qualche bicchiere, c’è sempre qualche bionda ad un concerto, stasera  suonano i My Two Toms. Te lo avevo detto che ci sarebbe stata quella bionda, con quelle labbra sottili, con le sue amiche, con quel cesto di inutili consigli, pronte, a distrarla quando uno sguardo l’avrebbe incrociata. Maledette arpie, maledetto whisky, maledetto Io, che mi hai portato qui, e quanto male fa il solo suono di una chitarra, l’assolo, per solisti, non c’è voce, non c’è ragione se dopo questo ne beviamo un altro, e poi ancora uno, e dopo arriveranno le sigarette, il fango sulle scarpe, e fuori il respiro gioca con il freddo. Ti si stringe il cuore, quasi fino a scoppiare, come l’odore del sudore, che ha già ricoperto i vetri del locale, non bastano più i sotto bicchieri, il bancone è lavato, la bionda è laggiù, oltre il suono, un colpo di schiena ed un colpo voltata. Dammela amico, ancora una pacca sulla spalla, fammi un sorriso, tornerà anche la primavera, e ricrescerà l’erba. Ma se le chiedessi se ha da fumare, io ho ancora un po’ di tabacco sparso nelle tasche, l’accendino, lo avevo visto, non vorrei arrivare da lei sprovvisto. Non vorrei che sapesse, non che capisse, non avrei materia per spiegare, magari si lascia sfiorare. Ho l’odore acre, di chi è salito su una scassata Peugeot 405 del 1991 , era di mio padre, o forse di mio nonno, quando lavorava fuori città, sa ancora di legno dentro, di pioggia e di fango, c’è un mangianastri, ma come me ha finito quello che si poteva mangiare. E quella bionda non salirà su con me, ora che il concerto è quasi finito, raggiungeremo chi e non so dove, e cazzo si glielo ricorderò a tutti i miei amici, che quella bionda era li, come è giusto che fosse, con i suoi stivali alti, con la collera verso il mondo, con quel foulard legato al collo, di mille colori, come i papaveri nella bassa Provenza, ora che arriverà l’estate, saremo io e la mia Peugeot all’ennesimo concerto, con la stessa camicia sopra la maglietta, il giubbotto sa da sigaretta, e ci sarà un’altra bionda, pronta a farsi ammirare, protetta dalle amiche quel tanto che basta, perché io e quelli come me si possano sbronzare, e se il volume sale, io smetto di ricordare, non serve più a nulla un nome scritto su quel finestrino, non stasera, che ormai è già mattino, e noi ancora dormiamo, figli di puttana, non è così, non è invano, il tentativo, la scritta motel, 5 dollari per una stanza, cibo freddo, nausea, senza alcuna sostanza, l’ultimo sorso, e poi mettiamo a dormire anche il bicchiere, sarà stanco pure lui di non poterla avere.

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